Bhutan / silenzi himalayani

Il Bhutan è certamente respiro semplice, che obbliga chiunque ad alzare lo sguardo al cielo, ognuno con la propria domanda, ognuno con la propria richiesta di una risposta.

La ricerca è necessariamente continua, forse eterna, come le ruote della preghiera che girano al ritmo orario del tempo o come le bandiere dove le orazioni sono lanciate verso l’infinito.

I silenzi e i sorrisi, e la generosità nel donarli, ancora senza i pregiudizi e le malignità che han perturbato gran parte del mondo, oscurandolo e chiudendolo, sono insegnamento umile e spiazzante che giudica in nostro porsi dinnanzi all’uomo e all’umanità.

Il popolo bhutanese inevitabilmente, osservandolo, mette inconsapevolmente in discussione il nostro modo di abbracciare l’altro, con gratuità e semplicità. Non è solo questione di spiritualità, è profonda coscienza della ineluttabilità di questa vita effimera.

Lontano oriente himalayano. Una strada con più di 1.000 km di curve. Vertiginosi dirupi e passaggi millimetrici tra un tornante e l’altro. Scimmie su speroni di roccia ad alta quota. Piante di banano, conifere e piantagioni di riso raggruppati tutti insieme. Caldo tropicale al confine indiano di Samdrup Jongkhar. Fotografie digitali e controlli passaporto in una stanzetta prendendo una tazza di the. Una mattina come d’incanto il monsone finisce e tutto diviene terso e fresco. Zecche e sanguisughe tra i canneti a bordo strada. Ruote della preghiera ovunque. Bambini spensierati e sorridenti che giocano col nulla.

Bandiere bianche, verdi, gialle, rosse e blu sui passi montani, sugli speroni di roccia, tra una riva e l’altra dei fiumi. Altitudini in cui si è oltre le nuvole e laggiù sperdute le alte montagne. Autogrill improvvisati dove trovare tutto, soprattutto sacchetti di patatine dai gusti originalissimi. Camion decoratissimi e personalizzati con tende, metalli cromati, immagini votive. Gruppi di uomini avvolti da fumo purificatore in attesa del veloce passaggio dell’autorità religiosa. Bianchi stupa isolati tra i monti attorno cui vi è sempre qualcuno. I volti di genitori e figli, insieme e felici. Cannabis sul ciglio della strada, come gramigna. Terrazze di risaie avvolte dalle brume mattutine. Tetti dorati e tutte le costruzioni fatte in legno e decorate con molti colori. Falli giganteschi dipinti sulle case di Sengor.

Gli spettacolari spaghetti di Sengor, sperduto villaggio a 3.000 metri tra Mongar e Jakar. Peperoni stesi sui tetti a seccare e il fortissimo odore della carne di maiale adagiata su travi di legno per lo stesso motivo. Madri con i figli adagiati sulla schiena avvolti in grandi e colorati marsupi. Giovani monaci che hanno appena fatto colazione con la loro ciotola di riso nella sala principale del tempio nello dzong cittadino. Le fotografie scattate solo con gli occhi delle segrete aule dei templi, disseminate di Buddha.

Gli antichi affreschi nascosti dietro a grandi tende. Il gigantesco Buddha dello dzong di Thimphu. Le divinità buddiste protettrici dai mille colori e dalla ripetitiva iconografia. Immensi dzong a dominio delle vallate e dei fiumi, molto spesso bruciati in un recente passato, ma ricostruiti tali e quali a prima. Rossi e purpurei sai indossati da monaci sereni.

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