Guatemala / terre maya

Ciò che certamente colpisce delle antiche Terre Maya, distese tra gli altipiani occidentali (terre alte) e le giungle affacciate sul mare caraibico (terre basse), è l’esplosiva vivacità e presenza del colore dei suoi abitanti, fieri e silenziosi eredi di popoli gloriosi.
I miti e le leggende del Popol Vuh, il libro che raccoglie l’essenza dei diversi gruppi etnici che abitarono le terre Quichè, si ritrovano, oltre che nelle pietre di città dimenticate nelle giungle rigogliose, anche nei volti scavati e nei colori degli abiti tradizionali: orgoglio di un’appartenenza lontana.
L’aggressione del tempo e degli uomini, da Don Pedro de Alvarado agli ultimi guerriglieri, non è riuscita mai a scalfire quelle rughe del passato che han solcato volti e cuori di uomini, da sempre memori di quale sia la loro origine, oggi in parte nascosta da alberi centenari, ma assolutamente presente nella tradizione, nella lingua, nell’umiltà dello sguardo.

Nelle visioni meravigliose di persone, colori e natura di queste terre maya si percepisce sempre una costante tensione tra vita e morte, un rapporto ossessivo con il concetto di confine.
Tutto è scandito da una condizione, un legame persistente con l’idea di barriera, e lo si trova in ogni cosa.
Ad esempio, i 37 vulcani determinano vita col calore della terra e al contempo ne decretano la distruzione, le piogge della giungla (donate dal dio Chac) danno vita, ma han seppellito la storia di un popolo sovrastata dalle immense piante che si son generate, la perenne lotta tra bene e male ha generato dittature e abbondanze di mais, banane e frutti della terra, miseria e ricchezze ben selezionate.

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